06 novembre 2011

In Italia è finita la Dolce Vita!!!!

L’Italia paga il prezzo della decadenza



di Regina Krieger
Pubblicato in Germania il 8 ottobre 2011su Handelsblatt
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero

Tutti gli sforzi per ridurre il debito economico non hanno giovato all’Italia, il paese è stato persino declassato. Ora si prevedono ulteriori nervosismi sul mercato finanziario e la singolare reazione di Silvio Berlusconi non facilita le cose.

Il declassamento dell’Italia da parte di Standard & Poor’s è come uno scappellotto. Gli sforzi delle ultime settimane, per calmare i mercati finanziari con le misure di austerità sono state spazzati via con poche parole.Tuttavia la reazione del governo italiano alla notizia da New York è stata ancora peggiore.

Il commento ufficiale di stamattina da palazzo Chigi, la sede del governo di Silvio Berlusconi, evidenzia la visione del tutto personale che il premier ha del mondo. Ha detto che la decisione di Standard & Poor’s è stata presa per motivi politici, e non proprio sulla base di fatti reali. E’d’accordo sul fatto che non sono state ancora prese misure per il rilancio della crescita, che sono ancora in fase di preparazione, ma le valutazioni dell’agenzia di rating sarebbero state influenzate dalle notizie trapelate dai quotidiani italiani.

La colpa quindi è della stampa? Dei cattivi giornalisti, che come i cattivi giudici sono sempre fondamentalmente ostili al capo di governo? Berlusconi continua a perdere sempre più il contatto con la realtà. Nei giorni scorsi si è letto più della sua vita sessuale che di tentativi seri di governare il paese.

La Banca mondiale, l’OCSE, Confindustria, tutti hanno ridimensionato le proprie previsioni di crescita, all’unanimità hanno chiesto con forza più crescita. Hanno detto che la manovra finanziaria approvata dal governo una settimana fa si basa troppo su tagli e aumenti di imposte e troppo poco su riforme strutturali. In Italia tutti sanno che la situazione è critica e, nonostante ciò, Berlusconi resta aggrappato al potere.

Standard & Poor’s non usa mezzi termini: “una coalizione debole e differenze all’interno del parlamento” sono alla base del giudizio dell’agenzia di rating. Gli atteggiamenti minacciosi della Lega Nord, partner della coalizione di governo, il cui leader Umberto Bossi continua a paventare la secessione del nord, risuonano inverosimili quanto le scuse di Berlusconi per tentare di giustificare le sue notti con donne a pagamento. Ma senza di lui Berlusconi perderebbe la maggioranza in parlamento.

Questi sono i principali problemi dell’Italia

La montagna di debiti
L’Italia ha su di sé, seconda dopo la Grecia, la più grande montagna di debiti dei paesi della zona Euro. Si tratta di 1900 miliardi di euro circa, equivalente al 120 per cento del prodotto interno lordo annuo. Gli accordi UE consentono un limite massimo di solo il 60 per cento. Il cumulo di debiti crescerà ulteriormente, dato che il governo vuole riuscire ad arrivare al 2013 senza nuovi debiti. Per quest’anno ci si aspetta un deficit del 3,8 percento del PIL, nel 2012 il nuovo debito dovrebbe assestarsi sull’ 1,4 per cento.

Alto reindebitamento
Anche con il nuovo indebitamento, in questo e nel prossimo anno, l’Italia potrebbe sfondare il limite del deficit del 3 per cento: la commissione UE si aspetta un calo tra il 4,0 e il 3,2 per cento. Il governo riuscirà solo nel 2014 a venirne fuori senza nuovi debiti.

Crescita debole
Se la paragoniamo alla Germania e alla Francia, gli altri grandi paesi dell’UE, in Italia non c’è spinta alla crescita. La commissione UE ha ridotto appena pochi giorni fa le previsioni di crescita dell’Italia per il 2011 dall’1,0 al 0,7 per cento. Per esempio: l’intera unione monetaria, con l’1,6 per cento, potrebbe in breve crescere più del doppio. Non sono in vista miglioramenti immediati: gli esportatori forniscono le proprie merci prevalentemente ad altri paesi dell’UE e l’Italia non riesce a trarre un reale profitto dal boom dei paesi emergenti, così come fa la Germania. Allo stesso tempo l’economia interna soffre a causa di investimenti edili atrofizzati. Il consumo delle famiglie non riesce a ripartire a causa dell’elevata disoccupazione e dell’aumento dei prezzi; subisce inoltre l’aumento delle tasse imposto dal governo, per contrastare il forte indebitamento per esempio ha aumentato l’IVA dal 20 al 21 per cento.

Esportazioni e consumo
Quindi gli esportatori italiani perdono fette di mercato mondiale, esportando le loro merci verso altri paesi europei e non riuscendo, quindi, ad approfittare appieno dello sviluppo dei paesi emergenti, così come fanno gli antagonisti tedeschi. Allo stesso tempo l’economia interna soffre a causa di investimenti edili atrofizzati. Anche il consumo delle famiglie progredisce a stento a causa dell’elevata disoccupazione e dell’aumento dei prezzi.

Governo fragile
La fragile coalizione di centro destra del capo del governo Silvio Berlusconi, accusato di corruzione e sfruttamento della prostituzione, ha esitato a lungo nell’attuare le severe riforme finanziarie, che, sul modello dell’”Agenda 2010” in Germania [una serie di riforme progettate ed attuate per ristrutturare il sistema sociale e il mercato del lavoro tedesco, ndt] potrebbero gettare le basi per una crescita a medio termine più incisiva . Solo in seguito alle pressioni dei mercati finanziari, Berlusconi si è preoccupato delle riforme. Così sono stati approvati il decreto contro la tutela dei licenziamenti ingiustificati e quello sui tagli delle pensioni.

A Berlusconi viene inoltre principalmente rimproverato di avere nel mirino solo il proprio interesse e quello del suo impero mediatico, e non i bisogni del paese. “L’Italia ha reagito in modo pietoso” dichiara il commissario dell’UE Günther Oettinger. “L’Italia ha problemi di guida politica, non di struttura economica”, concorda l’amministratore delegato di Commerzbank Martin Blessing.

Nessun leader in vista

Senza Berlusconi lo spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi salirebbe immediatamente di 100 punti, dichiara un politico dell’opposizione e fa riferimento alla Spagna, dove l’annuncio di nuove elezioni ha inviato segnali positivi alle Borse.

Manca solo un’alternativa politica. L’opposizione si compone di molti partiti, ha molti leader, buoni programmi, ma non ha sfidanti o innovatori, di cui il paese ora avrebbe bisogno.

L’ Italia ha già vissuto una grande crisi, quando il sistema partitico si è sgretolò a causa di un gigantesco scandalo di bustarelle [Tangentopoli, ndt]. Allora si formò un “governo tecnico”, formato da esperti di tutti i settori. Ora questa sarebbe la soluzione migliore per l’Italia. Il presidente della Ferrari Luca di Montezemolo e l’ex amministratore delegato dell’Unicredit Alessandro Profumo hanno già fatto intendere che sono disponibili.

L’agenzia di rating Moody’s prende tempo e deciderà il mese prossimo, se declassare anche lei l’Italia. Forse per allora ci sarà un nuovo governo. Il declassamento è “il caro prezzo della decadenza”, ha commentato il quotidiano economico Il Sole 24 Ore.

Come la crisi dell’euro influenza i mercati


Fermata obbligatoria al Monte dei debiti.
 Quali sono le immediate conseguenze di un euro più debole?

Se diamo uno sguardo al mercato petrolifero è tutto molto chiaro: in un mercato globale come quello attuale, un euro indebolito equivale ad un dollaro rafforzato. Siccome sul mercato petrolifero il dollaro americano è la valuta corrente, per logica un barile di greggio dovrebbe essere pagato di più in euro.

A lungo andare questo porterà conseguenze anche per i consumatori: poiché se il prezzo del petrolio cresce, rincarano anche altri prodotti come la benzina e il gasolio. “In genere vale la regola che, ciò che non è commercializzato in euro diventa più caro” chiarisce Adalbert Winkler, docente di finanza internazionale e sviluppo alla School of Finance & Management di Francoforte.

Ma allora quanto conta il crollo della borsa?

L’attuale debolezza nel mercato delle valute è relativa: nei mesi scorsi l’euro è drasticamente calato e giovedì è stato valutato meno di 1,36 dollari – il record lo si è avuto nel 2008 con quasi 1,60 dollari. Tuttavia la comunità monetaria aveva fatto il suo ingresso nel 1999 con solo 1,18 dollari – ed è calato nel 2000 fino a 0.83 dollari, prima di assestarsi più o meno stabilmente con un trend positivo.

Ma esistono anche effetti positivi di una moneta europea indebolita?

Si, la cosa vale sia per l’esportazione dei prodotti tedeschi nei paesi fuori della zona Euro sia nella zona Dollaro. “Poiché le merci pagate con un euro solido sono più convenienti per gli acquirenti, cosa che fa aumentare la richiesta”, dice il professor Michael Frenkel, rettore della Scuola Superiore di Management Otto Beisheim di Vallendar.

Molti prodotti “Made in Germany”, secondo la sua opinione, hanno una forte richiesta a causa della combinazione tra euro debole e alto standard di qualità. “Da ciò trae profitto l’economia tedesca ben allineata con l’esportazione”. Dall’altro lato naturalmente aumentano i costi dell’importazione.

Le oscillazioni delle valute vengono comunicate singolarmente?

Non si può dare una risposta così in linea generale. “C’è sempre la questione, se per esempio gli importatori possano davvero stravolgere l’adeguamento dei prezzi anche tenendo d’occhio le future partecipazioni al mercato”, fa riflettere il professor Winkler. Questo si può ben immaginarlo nel caso dei discount, che continuano a aumentare i prezzi considerata la battaglia della concorrenza nel settore, di solito non a senso unico – per non demotivare la clientela.

La debolezza dell’euro ha conseguenze anche sugli investimenti e sui crediti?

Si. “Se si investe in valuta estera, questo denaro influenza positivamente il le riserve monetarie” chiarisce Niels Nauhauser, esperto di finanza dell’associazione consumatori del Baden-Württemberg. Sconsiglia però, di indirizzare gli investimenti in danaro solo e soltanto nel settore monetario. “Qui dovrebbe valere sempre il principio della ragionevole distribuzione del patrimonio su differenti forme di investimento”. Un euro debole è dannoso per il credito, che circola in valuta estera – come alcuni finanziamenti immobiliari. “Perché diventano più onerosi sulla base del debito residuo”.

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