28 novembre 2011

UNA STORIA TUTTA ITALIANA

Una storia italiana


di Miriam Ronzoni
Pubblicato in Svizzera il 26 novembre 2011su Neue Zürcher Zeitung
Traduzione di Claudia Marruccelli per ItaliaDallEstero
Pubblicata su il Fatto Quotidiano

Come è stato possibile che Silvio Berlusconi sia rimasto così a lungo al potere.

„Una storia italiana“, così titola un opuscoletto elettorale sulla vita di Berlusconi, che il suo partito ha inviato nel 2001 ad ogni famiglia italiana. La particolarità italiana in questa biografia si riferisce alla carriera politica del cavaliere, promossa da un sistema tutt’ora in vigore.

Il Gattopardo Film
„Tutto deve cambiare, così che tutto resti così com’è!“ Questa è la reazione del giovane Tancredi nel Gattopardo – capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958, ambientato nella Sicilia del 1860 -, quando Don Fabrizio si indigna alla notizia che il giovane nipote annuncia di volersi unire ai garibaldini. Con queste parole Tancredi vuole tranquillizzare lo zio: l’ordine sociale può essere mantenuto solo in un’Italia unita, e solo una partecipazione attiva dei nobili stessi alla rivoluzione potrà impedire la creazione di una repubblica.

Nel linguaggio politico italiano e giornalistico l’aggettivo „gattopardesco“ viene utilizzato in quelle apparenti manovre politiche che servono a camuffare i reali rapporti di potere. L’ingresso in politica di Berlusconi, il suo successo e la sua supremazia sulla scena politica durata quasi oltre 20 anni, possono essere definiti, almeno in buona parte come “gattopardeschi”, almeno per tre buoni motivi.

Bettino Craxi figura chiave

Bettino Craxi e Silvio Berlusconi a Hammamet (Tunisia)
In primo luogo Berlusconi è un uomo d’affari, un prodotto della prima repubblica, di quel sistema politico, che ha caratterizzato la storia italiana dalla proclamazione della repubblica nel 1946 fino alle vicende di Mani Pulite all’inizio degli anni novanta. Negli anni settanta ed ottanta è riuscito a creare il suo impero immobiliare e mediatico soprattutto grazie all’appoggio di Bettino Craxi, capo dell’allora partito socialista italiano e più volte primo ministro. Il cosiddetto “Decreto-Berlusconi” del 1984 per esempio gli ha permesso, di introdurre a livello nazionale più di un canale televisivo privato. Il crollo della Prima Repubblica,– causato dal fallimento del vecchio sistema partitico, dall’introduzione di una nuova normativa elettorale e dalle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto Craxi e molti eminenti ex politici – nel frattempo lasciò Berlusconi indifeso. Quindi, secondo molti osservatori, il suo ingresso in prima persona in politica, è servito soprattutto, per proteggere in ogni modo possibile i propri affari da ogni forma di controllo politico e giudiziario .

In secondo luogo, nonostante il fallimento politico degli anni novanta, a Berlusconi si può attribuire un importante elemento della prima repubblica. Il sistema elettorale proporzionale e una coalizione partitica di maggioranza permanente, dominata a lungo dal centro e sotto la guida dei democristiani, senza un giusto ricambio di potere, hanno caratterizzato il vecchio sistema. Con il fallimento di tutti i partiti politici di spicco (in particolare la democrazia Cristiana e il Partito socialista) a causa della vicenda Mani Pulite degli anni novanta, si è arrivati ad un sistema elettorale maggioritario, che ha permesso finalmente un ricambio al potere. Però ciò che non è cambiato è stato l’assurdo livello di corruzione della prima repubblica manifestatosi soprattutto con il sistema clientelare della vecchia struttura partitica. I partiti erano soprattutto strumenti per negoziazioni tra la classe politica e le lobby del potere, che erano in grado di raccogliere un gran numero di elettori; tra cui gli imprenditori – e persino la mafia. Siccome soprattutto i partiti ne erano interessati, per ottenere il sostegno di questi importanti protagonisti sociali, i cittadini e i militanti hanno sempre avuto difficoltà a chiedere ai partiti la responsabilità di influenzare più direttamente l’agenda politica. Fondando un suo proprio partito – Forza Italia divenuto poi Popolo della Libertà – Berlusconi ha creato una nuova forza politica, atta a perseguire questi vecchi scopi sotto una nuova veste. Ecco come si spiega il veloce successo del partito dopo l’ascesa in politica di Berlusconi, non solo quindi grazie al suo potere mediatico.

In terzo luogo ci si sarebbe aspettati dopo la fine della prima repubblica, che salisse al potere l’ex partito comunista, dopo che era rimasto tagliato fuori dalla coalizione di governo per quarant’anni, nonostante i consistenti risultati elettorali e nonostante fosse rimasto coinvolto solo marginalmente dagli scandali per corruzione. Ma nel 1994 a grande sorpresa Berlusconi, aldilà delle vecchie radici comuniste del partito comunista (ad ogni modo, senza essere identificato con i socialisti di Craxi), ce la fece ad evitare questo cambio al vertice – tra l’altro, mentre si presentava come pioniere della libertà contro la “sovietizzazione” dell’Italia. Una dura batosta per la sinistra italiana, che si è paralizzata, dopo che aveva tentato per la prima volta, di trovare una nuova identità. In tal modo Berlusconi ha potuto preservare un secondo ulteriore importante elemento del vecchio sistema: la natura fondamentalmente conservatrice e la mancanza di una grande forza politica socialdemocratica nel sistema italiano. Da quando la coalizione di centro sinistra è salita al potere (1996-2001 e 2006-2008), il paese non è riuscito realmente e in maniera convincente a reagire sulla base di una chiara agenda politica. Soprattutto non è riuscita a trasformare l’Italia in una socialdemocrazia europea.

Non solo un’anomalia
Una parte dell'impero mediatico di Berlusconi
Alla luce di queste osservazioni la carriera politica di Berlusconi non si può assolutamente definire una anomalia vera e propria, spiegabile solo grazie al suo potere mediatico. Si tratta tuttavia anche di una “Storia italiana” – questo era il titolo di un opuscoletto propagandistico autofinanziato, che il cavaliere in occasione delle elezione del 2001, fece pervenire ad ogni famiglia italiana. Ora la sua personale autorità sulla scena politica italiana è probabilmente alla fine – particolarmente disastrosa oltre che inspiegabile dal punto di vista strutturale. Tuttavia le ragioni che giustificano del suo sorprendente successo non sono scomparse. L’Italia potrà diventare una stabile democrazia solo se verranno affrontati seriamente i seguenti problemi: la soppressione di un sistema clientelare e la nascita di una forza di centro sinistra, che sia in grado, di presentarsi come credibile alternativa al governo, anziché, come è successo nell’immediato passato, lamentarsi solo di Berlusconi.

E’ importante raggiungere questi due traguardi. Non solo perché eliminerebbero finalmente le insufficienze strutturali della democrazia italiana, ma anche, perché il cavaliere ha cambiato piuttosto radicalmente uno dei due. Nonostante le molte manifestazioni di piazza contro il suo regime, che si sono svolte negli ultimi mesi, la società civile italiana non è più quella di una volta. La qualità dei dibattiti politici non è mai stata così bassa; il livello dell’impegno politico e sociale e il grado di informazione dei cittadini mai così pessimo – in un paese, in cui una volta non esistevano le riviste scandalistiche. Persino gli integralisti sono stanchi di indignarsi. Ristabilire un “senso civile”, è da qui che deve partire la più grande sfida per futuro.

Miriam Ronzoni è collaboratrice scientifica per il centro studi Justitia Amplificata dell’Università di Francoforte. Ha recentemente pubblicato il saggio “Social Justice, Global Dynamics” (Routledge, London 2011)
Miriam Ronzoni


24 novembre 2011

La classe dirigente italiana manca di cultura politica

Una classe dirigente che manca di cultura politica



Come ricorda il Guardian, era una battaglia persa in partenza. Nonostante decenni di campagne pubblicitarie sgargianti (firmate, tra gli altri, dai mitici Oliviero Toscani e Tibor Kalman), alla fine la Benetton non l’ha avuta vinta contro la più potente macchina da marketing della storia: la Chiesa Cattolica.
La parabola dell’azienda trevigiana d’abbigliamento è esemplare. Un avvio lento; il boom e gli anni gloriosi; il declino lento, costante e silenzioso, dovuto allo scollamento fra azienda e giovani consumatori. “E d’un colpo”, scrive l’Independent, “tutto quello che era stato raggiunto è apparso irrimediabilmente sfocato. Hanno lottato per ritagliarsi di nuovo un posto nel bulimico mercato moderno, ma allo stesso tempo non hanno dato la sferzata decisiva per non rischiare di compromettere tutto ciò che il marchio aveva rappresentato in passato.”
Ora la Benetton, e con essa un paese intero, ci riprova, “rendendo onore all’iconoclastia” - e al coraggio – “dei giorni gloriosi.” Giorni in cui dettava l’agenda culturale con le sue campagne di portata internazionale.
Siamo il paese dell’usato sicuro, che procede innanzi a passo di gambero. Fino alla prossima censura, non ci resta che avere lo stesso coraggio di una volta.

di Lillo Montalto Monella

La classe dirigente italiana manca di cultura politica

Titolo originale: Italiens Führungsklasse mangelt es an politischer Kultur
Testata: Süddeutsche Zeitung
Autore: Stefan Ulrich
Data: 17 novembre 2011
Traduzione: Claudia Marruccelli per Italiadallestero
Pubblicata su Il Fatto Quotidiano

L’impero Benetton si rinnova continuamente, lo stesso Berlusconi non è riuscito seriamente a minare l’azienda che resta unita grazie alla famiglia. L’imprenditore Alessandro Benetton spera che, con le dimissioni di Berlusconi, siano finiti i tempi in cui ci si doveva continuamente scusare di essere italiani all’estero. Un’intervista sulle debolezze dell’Italia, la forza delle famiglie e la potenza del rinnovamento

Il governo di Silvio Berlusconi ha contribuito molto a presentare al mondo l’Italia come uno strano regno di crisi. Che esista un’altra Italia, lo dimostrano le sue fortunate aziende di famiglia, lo ha ricordato mercoledì Alessandro Benetton in occasione di una nuova campagna pubblicitaria presentata dalla sua azienda a Parigi. Papà Luciano ha creato in passato questo marchio della moda che dà un volto cosmopolita all’Italia. Oggi il 47enne Alessandro Benetton è il vicepresidente esecutivo della holding. Ha studiato alla Harvard e ha lavorato a Londra presso la Goldman Sachs. Sposato con la ex campionessa olimpica di sci Deborah Compagnoni, hanno tre bambini. L’immagine dell’impero familiare può essere un pò datata, tuttavia i Benetton sanno sempre rinnovarsi. Con le dimissioni di Berlusconi, Alessandro Benetton spera che siano ormai lontani i tempi in cui bisognava continuamente scusarsi di essere italiani all’estero.

Signor Benetton l’Italia è in piena crisi, ma le sue aziende di famiglia, come la Benetton, continuano ad avere successo in tutto il mondo. Come è possibile?
I componenti della famiglia sono molto coinvolti nelle proprie aziende e si danno da fare con vera e propria passione per i propri prodotti.

E’ una cosa che ci si aspetterebbe anche da un buon manager.
Ma le famiglie hanno la possibilità e il lusso, di fare progetti a lunga scadenza e non devono pensare ai brevi cicli delle borse. Inoltre le imprese di famiglia hanno una cultura, un’identità, che si tramanda di padre in figlio.

Quanti dei suoi parenti lavorano ancora nelle sue aziende?
Oltre a me ci sono mio zio, presidente della holding e mio padre che si occupa ancora dei clienti all’ingrosso di lunga data. I Benetton della mia generazione invece si occupano di altro. Uno dirige una sua propria azienda, un altro è architetto, una terza fa la mamma e la casalinga.

Si vede ancora con la sua famiglia?
Si, ogni anno in occasione del compleanno e dell’anniversario della morte di mia nonna paterna.

Quanti siete in tutto?
Circa cinquanta.

Com’è crescere con un nome, che ogni tanto compare su un manifesto su tre?
Sono venuto su del tutto normalmente e una volta cresciuto quando andavo in giro per il mondo con mio padre, per occuparci dei nostri affari, non badavo al mio nome, piuttosto guardavo se le casse fossero piene e i pullover presentati bene.

Se è così importante in un’azienda trasmettere una certa cultura alla prossima generazione, da suo padre Luciano cosa ha imparato, che poi trasmetterà ai suoi figli?
Ad affrontare le novità con coraggio – e a lasciare agli altri la libertà, di seguire la propria strada.

Dipende anche da questo individualismo, il fatto che le famiglie sono così forti in Italia, mentre lo stato è così debole?
L’Italia ha radici storiche. Nonostante ciò abbiamo forse una abilità troppo poco sviluppata per creare uno stato. Forse ci manca davvero lo spirito di gruppo, per conseguire scopi comuni. Proprio le nostre energie di individualisti, che si vedono nelle nostre ditte, potrebbero contribuire a risolvere il problema. Oltre a ciò però alla nostra classe dirigente manca anche una cultura politica…

… che esisteva sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Pensiamo per esempio al primo ministro Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori dell’Europa.
Ma De Gasperi, in un certo qual modo non era un vero italiano, avendo frequentato le scuole in Austria.

La vede brutta per l’Italia?
Ho una speranza. La storia insegna: dopo una guerra nascono sempre grandi fusioni di aziende. Per fortuna oggi in Europa non ci sono guerre, ma certo una profonda crisi, che forse ci porta a riflettere e ci spinge a nuovi e migliori principi. Non tutto viene per nuocere, si dice in Italia.

Come si sente un italiano che viaggia in Europa nell’era del fine Berlusconi?
Girare per il mondo essendo italiano è sempre stato difficile. Pensi ai nostri connazionali emigrati negli Stati Uniti. Hanno fatto fortuna lì. Però è stato davvero penoso negli anni passati viaggiare all’estero e dover spiegare, perché in Italia tutti sapevano, cosa occorreva fare, ma nessuno lo faceva. Perché continuamente Berlusconi?

La domanda fatale: perché gli italiano hanno votato così spesso Berlusconi?
Onestamente non lo so. In ogni caso io non ho mai votato per lui. Però suppongo, che gli italiani abbiano creduto che non esisteva una alternativa migliore. Oggi non possiamo pensare, che basta cambiare primo ministro e subito le cose migliorano. Un’unica persona non è responsabile di tutto. E’ un sistema. I problemi con il nostro debito pubblico risalgono agli anni 70.

Cosa si aspetta dal nuovo governo di Mario Monti?
Che ci tiri fuori dalla corrente.

L’Italia ha qualcosa da imparare dalle sue aziende di famiglia?
Pensare a lungo termine e investire nel futuro. Soprattutto nei giovani. Sono preoccupato per i numerosi ragazzi italiani che non lavorano e ne’ studiano.

Benetton un tempo era sinonimo di moda giovane, fresca, all’avanguardia. Però la concorrenza nel settore della moda è tremenda. Oggi la Benetton dà l’impressione rispetto al passato di essere un po’ più conservativa.

Siamo come una signora che ha un po’ di rughe, ma è comunque elegante e dallo spirito giovanile. Un marchio deve sempre rinnovarsi. Dobbiamo darci da fare energicamente, anche perché i nostri concorrenti sono molto attenti. Vogliamo recuperare il valore proprio di Benetton. Per questo facciamo la nostra nuova campagna pubblicitaria.

Poche imprese sono così presenti nelle loro campagne come la Benetton. Quella recente si chiama “Unhate” (Niente odio) ed usa dei fotomontaggi di immagini di antagonisti del mondo della politica che si baciano sulla bocca. E’ questo che lei considera un’idea contro la crisi?
Per noi il dialogo è importante. In precedenza quando i tempi erano buoni, con la nostra pubblicità abbiamo attirato l’attenzione su problemi come l’aids o il lavoro minorile. Oggi invece le persone hanno l’impressione, che tutto vada male. Quindi vogliamo dire che così non va.

Ed è sufficiente se la Merkel e Sarkozy o il Papa e uno sceicco si sbaciucchiano in pubblico?
La campagna deve aiutare ad imparare ad accettare le opinioni degli avversari, anche dei nemici, per arrivare a capirsi. Quindi per questo non c’è alternativa.

Da alcuni anni il gruppo Benetton è stato diretto da manager estranei alla famiglia. La famiglia perde lentamente, ma con certezza la sua influenza?
No, la famiglia resta sempre molto importante. Per superare la dura concorrenza, da una parte abbiamo bisogno di una squadra dirigenziale di manager professionisti. Dall’altro lato abbiamo bisogno di lungimiranza, una visione e una conoscenza profonda della storia dell’azienda. Questo contributo lo porta la famiglia in qualità di azionista. Quindi abbiamo la necessità di entrambe: una forte direzione aziendale e forti proprietari.

Che rapporto ha con suo padre che ha 76 anni, ed è ancora presidente del gruppo Benetton?
Se ho bisogno di un consiglio è a lui che lo chiedo.

Ma il padrone a casa è lei?
Si, almeno in teoria.

22 novembre 2011

Al di là del parere che potrà solo andare meglio


di Hans Woller
Pubblicato in: Germania il 22 novembre 2011su SüddeutscheZeitung
Traduzione di Claudia Marruccelli per ItaliaDallEstero

L’Italia si è liberata del presidente del consiglio che ha causato danni al suo paese più di ogni altro suo predecessore dal 1945. Il problema è solo: Il fatto che Berlusconi si sia dimesso non significa, che ora le cose andranno per il meglio.

Il nuovo Premier prof. Mario Monti
Silvio Berlusconi ha fatto un passo indietro. Ma davvero siamo in vista di un miglioramento? Il presidente del consiglio italiano ha danneggiato il suo paese – molto più di ogni suo altro predecessore dal 1945. Non è che sia l’unico colpevole delle innumerevoli piaghe che affliggono l’Italia e ora mettono in serio pericolo anche l’Unione Europea. Sin dagli anni ottanta l’Italia zoppica di crisi in crisi, per un certo periodo i mali sono stati persino più gravi e il debito pubblico più elevato di oggi. Tuttavia invece di sollevare un paese pesantemente provato e indicare una nuova prospettiva, Berlusconi ha inchiodato l’Italia in una specie di diffusa stagnazione. L’Italia è rimasta sempre più indietro in Europa, mentre il capo del governo si dedicava ai suoi interessi personali e si occupava spudoratamente dei suoi vantaggi.

Però questo ora è acqua passata. Berlusconi incontrerà i suoi giudici e dovrà temere per il suo regno. La democrazia ha patito durante il suo regime, ma non si è spezzata. L’uscita di Berlusconi ne è una dimostrazione. Il regolamento parlamentare funziona, gli organi costituzionali adempiono ai loro compiti. L’Italia del dopo Berlusconi è più democratica di prima.

Il problema è altrove. L’Italia riuscirà a rimettersi in piedi economicamente? È già pronto un governo, che sia capace di agire, che abbia le carte in regola per Bruxelles e possa emettere un futuro programma degno di questo nome? Le previsioni non sono troppo rosee. L’Italia ha ignorato la caduta della vecchia classe industriale e si è lasciata sfuggire la terza rivoluzione industriale. La stravecchia società, poco trasparente dal punto di vista sociale e spesso persino ammuffita guarda turbata in un futuro incerto, si isola nei confronti dell’esterno. Sintomatico è lo striminzito numero dei Global Player nell’economia. Le imprese che spesso sono a carattere familiare rifuggono la concorrenza dei mercati mondiali e investimenti più arditi. Ricerca e sviluppo vengono quindi trascurati sia da loro che dallo stato, che per di più è colpevole di aver investito poche risorse nell’istruzione.

Dalla metà degli anni ottanta, quando è iniziata la crisi, i vari governi di centro sinistra, centro destra e centro hanno coinvolto specialisti per trovare rimedi – senza una soluzione radicale. Perché? Il motivo fondamentale si colloca nella frammentazione della società italiana. Tendenze centrifughe di questo tipo ce ne sono dappertutto in Europa. Però in Italia raggiungono particolari picchi, perché qui si presentano in tre varianti, che si condizionano a vicenda e sono difficili da gestire nella loro complessità.

Per primo, in nessun paese dell’Europa il dislivello tra singole regioni è così evidente come in Italia. Il moderno e ricco nord si contrappone ad un sud scarso in strutture e quasi ancora feudale, che di recente è stato quasi interamente ammortizzato; se si tiene conto dello stress da modernizzazione che domina anche al nord, ulteriori effetti del Welfare nel mezzogiorno sono quasi inesistenti.

A ciò si aggiunge un profondo rifiuto generazionale. Non solo la invecchiata classe politica nega ogni possibilità ai giovani. Simili rapporti dominano nei piani alti dell’economia, nelle università e nel mercato del lavoro, dove soprattutto i sindacati sono preoccupati di una cementificazione della situazione attuale. I pensionati, la fetta dominante dei loro iscritti, sono per loro più importanti della futura forza di lavoro, che spesso resta eternamente precaria.

Infine occorre citare gli innumerevoli indurimenti ideologici, che secondo l’analisi italiana non sono da sottovalutare. Don Camillo e Peppone, che hanno trovato alla fine un unico comune denominatore per tutti i conflitti, sono una simpatica fiction. L’Italia ha nel suo bagaglio storico una sanguinosa guerra civile e una violenta guerra fredda. La conseguenza è una ostinata ostilità tra i partiti politici, che considerano il consenso e il compromesso un tradimento dei loro principi ideologici.

Don Camillo e Peppone
L’opposizione incompetente

Berlusconi non era interessato al superamento di questo inasprimento ideologico. Al contrario: ha fomentato la vecchia paura verso il comunismo per calcolo elettorale, mentre la sinistra è rimasta ferma sulla posizione di avversario politico che aveva durante il fascismo mirando al raggiungimento di analoghi traguardi di poco conto. Qui viene richiesto da entrambe le parti un disarmo intellettuale e morale – e i chiari conflitti verso gli oscuri aspetti del rispettivo passato, che vengono evitati sia dagli ex comunisti che dagli ex fascisti e dalla maggioranza silenziosa, che ha sempre taciuto su tutto.

Berlusconi è caduto anche perchè non ha mai affrontato la pacificazione interna mediante un chiarimento storico, allo scopo di ottenere un consenso plebiscitario. Peccato solo, che anche l’opposizione non pensa ad una simile opzione. È proprio un unico punto interrogativo. In teoria nasce da parecchi partiti, numerosi circoli e movimenti, che ogni tanto fanno promesse a vuoto e le trasformano un una nuova ventata di aria fresca. Appartengono all’ex partito comunista personaggi dogmatici e pragmatici come i socialisti, militanti nel movimento dei diritti dell’uomo, radicali ingenui, ambientalisti e qualche nostalgico della Democrazia Cristiana – tutti in generale edonisti ideologici e quindi persone inaffidabili, che non si fidano l’una dell’altra e che in passato non hanno fatto mai un tentativo di abbozzare un programma di governo o di un formare governo ombra. Bastano solo a se stessi e celebrano come il trionfo di una politica alternativa, quando tutti assieme non presenziano ad un discorso di Berlusconi in parlamento.

Una delle fonti di speranza di questa catasta di eccentriche e contraddittorie teste è Nichi Vendola. Il presidente della regione Puglia ha scritto nel 2011 un libro, che è stato pubblicato anche in Germania e per puro caso ricorda il piccolo Häwelmann (Il rompiscatole) di una favola di Theodor Storm. “Vogliamo sempre di più” grida Vendola come il piccolo Häwelmann, intendendo quindi: più insegnanti, più giudici, più assistenti sociali, più medici e infermiere, soprattutto molto più stato, che abbia come fine il benessere della gente sulla terra. Chi deve esaudire questi innumerevoli desideri, resta un segreto di Vendola. Nessuna parola sui 1,9mila miliardi di debito pubblico, nessun cenno sulla manovra di risparmio imposta da Bruxelles e neanche una frase sugli alleati di coalizione, che fanno della lista di regali che intendono ricevere il loro programma politico. Che anche egli non crede a se stesso, appare chiarissimo nel suo verdetto sulla sinistra, che dovrebbe davvero formare la base un nuovo governo come maggiore forza all’opposizione: la sinistra italiana si trova in una “evidente crisi senza uscita”, che si manifesta in una “mancanza di idee, di visioni e di nuove forme di politica. Il risultato è una completa paralisi politica.”

Vediamo: l’opposizione nella sua attuale situazione non è affidabile ne’ dal punto di vista governativo ne’ politico. Non ha volto, ne’ programma e persino nessuna voglia di governare. In alcuni paesi dell’Europa è scoccata l’ora dell’opposizione nella crisi monetaria e finanziaria, l’Italia si appiattisce e ormai si fa avanti timorosamente solo in casi estremi. Anch’essa spinge per un governo di tecnici indipendenti, in cui lei stessa non occupa neanche un ruolo secondario.

L’Italia continuerà a tormentarsi anche senza Berlusconi, di crisi in crisi – senza immediate vie d’uscita. Ogni nuovo governo è sempre meno capace di agire rispetto al precedente, che almeno ha reagito alle pressioni di Bruxelles. Un nuovo governo di centro destra, cioè, si atterrebbe a questi progetti, anche in caso di un governo di tecnici. Tuttavia avrebbero la forza sufficiente ad eliminare gli ostacoli, che da tempo si frappongono al necessario risanamento e modernizzazione dell’Italia? Nel peggiore dei casi ce l’avrebbe un governo di centro sinistra: dovrebbe piegarsi ai desideri della sua base, che non ne vuole sapere della razionalizzazione dei posti di lavoro, dei tagli alle pensioni e altre manovre del genere nel sistema sociale e si ribellerebbe anche alle misure di risparmio dei due “eurodittatori di destra” Merkel e Sarkozy. La gestione della crisi a Bruxelles sarebbe ancora più drastica, senza che si capisca chi ne guadagna: l’Italia certo che no, dato che senza immediati aiuti dell’Europa e senza le massicce pressioni per le riforme dall’esterno il paese è perduto.

L’autore è caporedattore della rivista trimestrale sulla storia contemporanea e ha pubblicato nel 2010 un saggio sulla storia dell’Italia nel 20° secolo

17 novembre 2011

Ci vedono così ...

Questa Vignetta pubblicata anche da ItaliaDall'Estero è apparsa sul quotidiano austriaco "Kleine Zeitung all'alba del nuovo governo italiano ... Direi che rappresenta efficacemente la situazione economica e culturale del nostro paese allo stato attuale delle cose.

Il parmigiano e gli indiani

L’industria del parmigiano salvata dai Sikh


Pubblicato il 27 ottobre 2011 in Francia  su Slate
Traduzione di Claudia Marruccelli per ItaliaDallEstero

Chi avrebbe mai immaginato che dietro la sopravvivenza della famosa industria del parmigiano ci fossero alcune comunità sikh trasferite in Italia da alcuni anni? E’ quello che si scopre da una agenzia dell’AFP che racconta la storia di Manjit Singh, 34 anni, originario della regione del Penjab in India, arrivato a Zibello sette anni fa.

Si sa che moltissimi indiani sono immigrati in Europa e in altri paesi lontani dall’India alla ricerca di lavoro e di opportunità più interessanti. Eppure le storie di alcune comunità ben precise, in particolare quella dei 25.000 Sikh della Pianura Padana, sono davvero poco conosciute.

Secondo il New York Times da più di vent’anni numerosi abitanti del Penjab indiano si sono trasferiti nelle regioni rurali del nord Italia, spesso per lavorare nelle aziende agricole e nella produzione lattiero-casearia. Questa vicenda è anche la storia di Manjit Singh, padre di due bambini e presto di un terzo, diventato artigiano nel settore caseario in un’azienda familiare di Zibello.

I caseifici assorbono un’enorme quantità di questi operai Sikh, lavoratori instancabili, e alcuni come Manjit sono arrivati a ricoprire posti chiave in questo settore simbolo della gastronomia italiana. Graziano Cacciali, proprietario dell’azienda dove lavora Manjit Singh, l’ha assunto nel 2004 ed è veramente soddisfatto di aver insegnato a questo indiano un’arte che gli italiani non vogliono più imparare:

“Non ci sono proprio più italiani in questo settore. Bisogna lavorare per molte ore (dalle 6.00 alle 20.00 con una pausa a metà giornata di circa quattro ore), il fine settimana, i giorni festivi, tutti i giorni dell’anno [ … ]. I giovani non vogliono più fare questo tipo di lavoro, gli italiani adesso hanno fatto i soldi.”

I Sikh che lavorano nell’industria lattiero-casearia sono ormai diventati una mano d’opera essenziale, al punto che, secondo il New York Times il settore potrebbe quasi sparire se decidessero di scioperare tutti insieme. “Non so se la produzione si arresterebbe, ma la cosa procurerebbe molte difficoltà”, ammette Simone Solfanelli, presidente della Coldiretti di Cremona, una delle principali associazioni agricole italiane. E aggiunge “ve lo assicuro, sono indispensabili per l’agricoltura”.

L’AFP spiega che I Sikh sono pazienti con le vacche, che nella loro religione non sono considerate sacre, ma comunque molto rispettate come in tutta l’India. In una cooperativa di allevamento di Novellara, specializzata nella produzione di latte per il parmigiano, la metà degli operai sono Sikh. Secondo Stefano Gazzini, responsabile della stalla della cooperativa, i Sikh sono dei buoni lavoratori:

“Sono più coinvolti nel loro lavoro e sembrano essere bene integrati nella nostra comunità: hanno anche il loro tempio. Siamo stati davvero fortunati ad aver trovato degli stranieri che sanno come trattare le nostre vacche, altrimenti non ci sarebbe nessuno che lo faccia”:

Se si tiene conto degli investimenti che dovrebbe fare, Manjit per il momento non può rilevare l’azienda di Graziano Cacciali, ma lui e la sua comunità già rappresentano la salvezza di un formaggio conosciuto in tutto il mondo e che molti temono di non poter più mettere sulla propria pasta.

15 novembre 2011

Il caimano

Berlusconi, Bossi e le risposte senza senso!

di Gerald Heidegger
Pubblicato il 21.10.2011 in Austria su ORF
Tradotto da Claudia Marruccelli per ItaliaDall'Estero

Il regista Nanni Moretti a Cannes
“Abbiamo un Ministro che da 20 anni invita ad imbracciare i fucili e un Presidente del Consiglio che da quando è entrato in politica ha devastato la cultura pubblica italiana”. Il regista Nanni Moretti denuncia apertamente e seriamente la situazione del suo paese e da uomo di sinistra convinto non risparmia critiche neanche al suo partito.
Nel suo ultimo film “Habemus Papam” il combattivo regista e convinto comunista Nanni Moretti racconta i meccanismi del sistema Vaticano e Stato, gettando un occhio attento al lungo gioco delle parti in un grande ingranaggio. In occasione della presentazione del suo film alla Viennale [Festival internazionale cinematografico non competitivo che si svolge ogni anno ad ottobre a Vienna NdT] il regista non si è limitato ad interrogarsi sulla situazione del Vaticano, ma si è infuriato per la situazione italiana ancora una volta.

“Sono spariti i valori fondamentali comuni”

“Da quando, nel 1994 Berlusconi è entrato in politica, i valori fondamentali della politica sono spariti”, ha detto Moretti in un’intervista all’ORF [Radio Televisione Austriaca NdT]. Un tempo, ha dichiarato Moretti, un comunista e un democristiano, potevano discutere animatamente su argomenti di spessore, potevano però trovare sempre dei punti comuni su un sistema di valori fondamentali. Oggi l’Italia è un paese “politicamente e culturalmente lacerato in due” ed è difficile ottenere questa vecchia cultura di un “Background” comune.
Moretti critica, oltre che la figura di Berlusconi, su cui circa 5 anni fa ha girati il film “Il Caimano”, uomini come il leader della Lega Nord Umberto Bossi – uomini, che impuniti potrebbero farsi strada in politica.

“Bossi – e questo è un ministro!”

“Bossi parla così da 20 anni a questa parte”, Moretti critica la decadenza della società: “Se si fa a Bossi una domanda impegnata, risponde con un: Bah! Centinaia di volte ha risposto ai giornalisti cose come: “Non mi rompete le balle”. Secondo Moretti i gesti di Bossi sono aggressivi. In un paese normalmente democratico una persona così non potrebbe fare il ministro..

Scena del film "Habemus papam"

“Berlusconi ha sempre parlato così”

“Anche se Berlusconi dovesse rassegnare le dimissioni o perdere le prossime elezioni, c’è da riflettere: Siamo un paese, che ha permesso tutto ciò, Moretti lancia uno sguardo all’immediato futuro. Col suo film “Il caimano” non è stato profetico. Al contrario, si è soltanto ispirato a ciò che Berlusconi continua a ripetere. Moretti non si ricorda che alcuni giornalisti pensarono, cioè che Berlusconi avesse visto il film di Moretti e avesse ascoltato i dialoghi, che gli sono stati attribuiti: “Berlusconi ha sempre parlato così”. “E’ un premier che aveva dichiarato guerra all’intera amministrazione”.

Se la sinistra nel 1998, dopo il governo di centro sinistra di Romano Prodi durato due anni, fosse stata unita, l’Italia si sarebbe potuta risparmiare molto, continua Moretti con le sue accuse verso la sua “patria” politica:” Prodi avrebbe potuto governare dieci anni ed ora avremmo di fronte agli occhi un Italia diversa”.

“Molte personalizzazioni e poche personalità”

Moretti fa presente che in politica mancano personalità:“ Anche nella sinistra vedo molte personalizzazioni e poche personalità“.
Alla domanda, cosa si augura per il suo paese nell’attuale situazione, Moretti, che viene sempre più indicato anche come alternativa alla guida di una coalizione di centro sinistra, anche se ha sempre declinato la proposta, dice: “Mi auguro progetti politici, che non si basino su 90 percento di propaganda e 10 di barzellette, che non fanno ridere nessuno. Mi auguro che la gente discuta di politica, ma che si basino sugli stessi valori fondamentali. Con la propria visione.”

10 novembre 2011

Pompei, sul viale del tramonto?

Pompei, metafora del crollo di un Paese

Critica al silenzioso tramonto di Pompei

Titolo originale: Kritik an Pompejis leisem Untergang
Pubblicato su Nzz Online il 31 ottobre 2011
Autore: Romina Spina

Traduzione: Claudia Marruccelli per Italiadallestero
Pubblicata sul Il Fatto Quotidiano

Crollo della Schola Armaturarum
L’Ue prevede di assegnare 105 milioni di euro per il restauro del sito-patrimonio dell’umanità

Gli antichi resti della città di Pompei sono minacciati dal collasso. Dopo l’ultimo crollo l’Ue ha annunciato aiuti economici. Ci sono però grossi dubbi se questi aiuti destinati a salvare il sito, patrimonio dell’umanità situato nell’Italia meridionale, saranno sufficienti a salvarlo dallo sfacelo.

Un anno dopo lo spettacolare crollo della “Schola Armaturarum”, dove un tempo si allenavano per la lotta i gladiatori dell’antica Roma, i resti della antica città di Pompei, vicino a Napoli, sembrano condannati a una seconda lenta distruzione, dopo quella del Vesuvio nel 79 d.C. I crolli che si susseguono sempre più spesso nel sito archeologico, che richiama in Campania ogni anno circa 2.5 milioni di turisti da tutto il mondo, stanno causando aspre discussioni sul vergognoso stato di abbandono e l’incombente degrado di questo inestimabile patrimonio italiano.

La Schola com'era un tempo
Il recente cedimento di un antico muro nei pressi della “Porta di Nola”, ridotto in macerie a causa delle forti precipitazioni lo scorso fine settimana, ha scatenato nuove reazioni indignate riguardo la condizione in cui versa l’antica area di Pompei. Ancora una volta, il Ministro dei Beni Culturali del governo Berlusconi si trova sotto il tiro incrociato della critica a causa delle carenti misure per la tutela e il recupero dell’antica città, parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 1997. Pompei nell’ultimo anno ha dovuto subire notevoli tagli ai finanziamenti a causa del perdurare della crisi economica.

Dopo le dimissioni del precedente ministro Bondi, avvenute all’inizio dell’anno e a suo dire causate dal mancato appoggio del governo, nei mesi scorsi il suo successore Gianfranco Galan è stato più volte sotto pressione a causa della scarsa manutenzione di Pompei, pur avendo indicato come prioritaria la conservazione del sito archeologico e promesso maggiori risorse finanziarie per i lavori di restauro dell’area di Pompei in rovina. Ancor più accese sono divenute le note di rimprovero nei confronti di Galan, quando nonostante le rassicurazioni si sono verificati i nuovi crolli.

Ministro Bondi

Nel frattempo il Ministro nel mirino delle critiche deve sperare negli aiuti da Bruxelles. La settimana scorsa l’Unione Europea ha annunciato sovvenzioni economiche che ammontano a 105 milioni di euro per le necessarie e urgenti opere di manutenzione a Pompei. Il commissario europeo alla politica regionale Johannes Hahn ha assicurato, in una conferenza stampa a Roma, che i lavori di restauro cominceranno l’anno prossimo. I finanziamenti dell’Unione Europea sono “un primo passo per il risanamento di Pompei, l’Italia riceve importanti risorse per il sito”, ha fatto notare il sottosegretario di stato Letta. In un primo tempo Hahn si sarebbe dovuto recare a Pompei in veste di massimo esponente dell’UE, per rendersi conto di persona della situazione sul luogo. A causa delle possibili avverse condizioni metereologiche dopo la drammatica alluvione nel nord Italia, il sopralluogo è stato spostato al 7 novembre.

Ministro Galan a Pompei

“Save Pompei”

Intanto ci si chiede se il recente crollo di Pompei sia da imputare soltanto alle scarse risorse finanziarie. Da una parte, i critici giustificano l’attuale politica culturale del governo perché il sito archeologico campano può essenzialmente fare a meno del finanziamento pubblico, poiché in realtà si autofinanzia con i proventi del turismo.

D’altro canto, nelle scorse settimane lo stesso sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari ha evidenziato più volte che nel frattempo avrebbe messo a disposizione sufficiente denaro per i primi lavori di risanamento nella antica Pompei. Quindi il sottosegretario, membro del PdL, lascia intendere che la colpa non sarebbe da attribuire ai politici.

Johannes Hahn
Il tremendo ritardo nei lavori di restauro pianificati e nel mantenimento dell’intera zona sarebbe una conseguenza della cattiva amministrazione e dell’estrema inefficienza nella progettazione, come afferma Villari. “Le risorse sono a disposizione. Anche se ne occorrono di più, dovremmo spendere meglio il denaro che abbiamo, tanto per cominciare”, ha dichiarato recentemente il sottosegretario al TG24 di Sky. Pare che nelle casse di Pompei siano disponibili circa 54 milioni di euro provenienti da finanziamenti statali e dal turismo. Villari ha recentemente anche spiegato che i residui passivi ammontano a 500 milioni di euro; occorre quindi mettere la Soprintendenza in condizioni di spendere e utilizzare al meglio questi soldi.

Il sottosegretario ha inviato un appello a tutti quelli che sono interessati alla cultura, tramite la sua iniziativa “Save Pompei”, per adottare concrete misure per il salvataggio delle città in rovina. Accanto alle attese sovvenzioni da parte dell’UE, Villari spera che giungano anche finanziamenti pubblici e privati, oltre a esperti e tecnici di ogni settore disposti a mettere a frutto il loro talento per il recupero di Pompei.

Pompei, cartolina d'epoca
I tentacoli della camorra

Il sito archeologico nel frattempo è esposto a un’altra minaccia. Pompei contribuisce ogni anno con milioni di euro alle finanze regionali non solo grazie agli introiti provenienti dal settore turistico, ma riceve anche sovvenzioni economiche da enti italiani ed internazionali.

È ora evidente che la malavita organizzata sarebbe coinvolta nella gestione degli affari che riguardano Pompei. Nell’amministrazione del sito archeologico di Pompei si teme la presenza della Camorra, che in Campania – regione roccaforte – non perde occasione per arricchirsi.

Anche Villari ha parlato della presenza della camorra nell’ambito dei lavori di restauro. Dopo la concessione dei finanziamenti dell’UE, il Ministero della Cultura insieme alla Procura della Repubblica e le autorità poliziarie hanno voluto rafforzare i controlli intorno all’affare Pompei, secondo quanto ha dichiarato il sottosegretario. Tuttavia resta la triste consapevolezza che la camorra voglia trarre profitto anche dal patrimonio mondiale.
Pompei ai piedi del Vesuvio

08 novembre 2011

Luxottica, un'azienda che funziona

“L’Italia ha perso il suo spirito imprenditoriale”

di Guillaume DELACROIX 
Pubblicato in Francia il 7 novembre 2011su Les Echos
Traduzione di Claudia Marruccelli per ItaliaDallEstero
Leonardo Del Vecchio
Luxottica ha appena festeggiato il suo cinquantesimo compleanno. È la dimostrazione che il capitalismo a carattere familiare all’italiana è ancora attuale?

INTERVISTA con Leonardo Del Vecchio patron di Loxottica

Molte aziende nel mondo hanno superato la soglia dei cinquant’anni. Ma ce ne sono poche tra i leader mondiali che ci arrivano in una sola generazione. Leonardo Del Vecchio, presidente della Luxottica, porta avanti lo stesso obiettivo dall’inizio della sua avventura: costruire gli occhiali più belli del mondo. In Italia, nella maggior parte dei casi, quando una famiglia raggiunge un certo livello di successo, si ferma e preferisce dedicarsi ad altro, sotto l’egida statale. Risultato: abbiamo troppe imprese di piccole dimensioni. Per quanto possano essere straordinarie, non sono commisurate alla posta in gioco del XXI secolo. Bisogna che un giorno il capitalismo familiare italiano capisca che a volte è più vantaggioso detenere una piccola quota di un grande gruppo in buona salute che la totalità delle quote di una piccola impresa dal bilancio fragile e dalle prospettive a breve termine.

Secondo lei, l’Italia ha perso il treno della globalizzazione?
Occorre riconoscere che il paese ha perso un po’ dello spirito imprenditoriale che l’ha resa celebre tra gli anni ’60 e gli ’80. Nel corso dei due decenni successivi, ha prevalso la ricerca del rendimento, a scapito della creatività e di quello che una volta chiamavamo il “genio italiano”. E in tutto questo tempo, il mondo è cambiato enormemente, offrendo gigantesche opportunità di mercato in una situazione molto più instabile.

E’ un problema di strumenti?
Basta guardare con chi l’Italia realizza la maggior parte dei suoi scambi. Abbiamo solo cinque o sei partner commerciali in un’area geografica abbastanza ristretta, mentre i potenziali di crescita si trovano molto più lontano. La situazione è davvero preoccupante anche se il rallentamento dell’economia dura da almeno dieci anni. Coloro che dirigono il Paese non sono all’altezza, abbiamo bisogno di un cambiamento urgente dei rappresentanti politici. Prima avverrà questo cambiamento, prima il nostro Paese recupererà credibilità, stabilità e prospettive.

Cosa pensa del nuovo fondo Cassa Depositi e Prestiti creato a Roma per venire in aiuto alle aziende “strategiche”?
Preferisco non pronunciarmi sulla questione . L’anno scorso, presiedevo un consiglio di amministrazione della Parmalat e mi è dispiaciuto che un’ azienda bella come quella non riesca a trovare le risorse per il suo sviluppo in Italia. Ma sono felice che abbia un futuro di leader mondiale con Lactalis. Sono sempre stato a favore della competizione e contro il protezionismo.

Fatturato della Luxottica dal 2008
 Per l’industria, dove si trovano le opportunità di cui parla?
Ciò che conta sono i Paesi del mondo in cui è più alta la crescita. Il Brasile, per esempio, da solo ha una popolazione equivalente a quella dell’Europa occidentale. L’India è tre volte più popolosa di tutta l’Europa. E se si mettono insieme Europa e Stati Uniti, non si arriva neanche a metà della popolazione della Cina, un Paese in cui si sono sviluppate una trentina di metropoli con una popolazione in forte crescita, che conta da 40 a 50 milioni di abitanti ognuna. Tutto ciò dà da riflettere.

Tra i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) c’è un paese che promette meglio degli altri?
Per quanto ci riguarda, il più grande potenziale si trova in Brasile. È il principale mercato nel campo dell’ottica, quello in cui il consumatore è più propenso ad acquistare prodotti di marca e a pagare di più per ottenere uno status di vita. In Cina, è tradizione guardarsi dritto negli occhi e questo è un problema per chi vuole vendere occhiali da sole. Tuttavia, la tendenza sta cambiando. L’India, da parte sua, resta ancora un mercato che deve crescere.

Come si adattano a queste realtà i grandi gruppi ?
In questi ultimi quattro o cinque anni Luxottica ha completamente modificato il suo meccanismo di crescita. Cerchiamo giorno dopo giorno, di essere sempre più “locali” su ognuno dei nostri mercati. Voglio dire cioè che la globalizzazione, paradossalmente, ci obbliga molto più di una volta a parlare la lingua del Paese in cui si lavora e ad adattarsi alle culture. I nostri baricentri si spostano, è il lavoro più grosso che ci aspetta nei prossimi 10 anni.

Le sue fabbriche si trasferiranno?
Abbiamo trovato un buon equilibrio, con dei siti di produzione collocati per due terzi in Paesi detti maturi e un terzo in Paesi a forte crescita. Essenzialmente le nostre fabbriche si trovano in Italia, negli Stati Uniti, in Cina e in India. L’ingegneria ed il savoir-faire dei nostri ottici restano fondamentali, non abbiamo dunque motivo di rivedere questa organizzazione dal momento che il costo della mano d’opera, in Italia come altrove, non aumenta praticamente più.

Internet è un facilitatore o è un ostacolo?
L’economia digitale è senza dubbio l’altra grande opportunità del momento. Ormai posso realizzare scambi commerciali venti quattr’ore su ventiquattro con tutti i consumatori del pianeta, quelli che sono già miei clienti e quelli che lo diventeranno in futuro. Non lo avrei mai detto solo tre anni fa. Per contro il commercio on line costituisce un canale di distribuzione ancora marginale. È un po’ come una giungla con dei fiori stupendi, animali meravigliosi ma anche tutto il contrario. Sarebbe meglio aspettare due o tre anni per comprendere meglio la posta in gioco. Per il momento, Internet è più un mondo di investimento che di rendimento. Nel 2011, le nostre vendite on line raggiungeranno i 100 milioni di dollari e saranno realizzate essenzialmente con gli Stati Uniti, Paese in cui, invece, la rete non è più una giungla.

Voi avete ottenuto profitti da record nel primo semestre. Per voi la crisi non esiste?
Attualmente, ci sono davvero due mondi. Noto una grande dicotomia tra il mondo delle piccole e medie imprese e quello delle società globalizzate che godono di un marchio forte. Queste ultime evidentemente hanno una maggiore capacità ad adattarsi. È possibile che tra sei mesi la situazione sia sfavorevole in questo o quel Paese, ma la storia insegna che le grandi multinazionali escono sempre rinforzate dai periodi difficili.

La Luxottica a Agordo (BL)
 In che misura la fluttuazione dei tassi di scambio dovuti alle difficoltà della zona euro tocca la sua azienda?
Più si mantengono gli occhi rivolti verso il resto del mondo, più si ha bisogno di un’Europa solida. Detto ciò, noi tenevamo d’occhio fino a poco tempo fa due valute, il dollaro e la sterlina. Oggi il paniere è molto più ampio con lo yuan cinese, il réal brasiliano e la rupia indiana. Alla fine tutto ciò si equilibra piuttosto bene.

La minaccia di recessione non le fa paura?
In alcuni Paesi vivremo un periodo di maggior incertezza. Ma la supereremo senza grosse difficoltà e dopo saremo ancora più solidi. Parlando dell’Italia, in cui realizziamo soltanto il 4% delle nostre vendite, la nostra attività è incrementata di oltre il 7% nei primi nove mesi dell’anno, malgrado una crescita economica inferiore all’1%.

Qual è la sua ricetta segreta?
Luxottica ha molte ricette a sua disposizione ma nessuna è segreta, noi agiamo alla luce del sole! Facciamo da sempre lo stesso mestiere, affrontiamo al meglio la concorrenza internazionale, più di venti anni fa abbiamo fatto la scelta di essere quotati a Wall Street, abbiamo capito l’importanza di essere vicini al cliente mediante un’offerta multimarca e una rete molto densa di negozi gestiti in proprio. Insomma, ci comportiamo come tutte le grandi ditte italiane di successo, Campari, Indesit, Autogrill, Prysmian …

Nei Paesi industrializzati, lo stato delle finanze pubbliche obbliga talvolta a rimborsi inferiori per l’ottica. Come affronta questo
Ciò che ci preoccupa è la riduzione delle spese sanitarie da parte delle famiglie, visto che i bisogni sono enormi: l’Italia, la Francia o la Germania sono ben lontane dall’essere pronte in materia di occhiali da vista; e nel mondo, centinaia di milioni di persone non beneficiano della correzione visiva necessaria.

L’acquisto della connazionale Safilo da parte dell’olandese Hal, due anni fa, ha cambiato qualcosa?
Non ho notato nessun cambiamento. Mi fa piacere vedere un’azienda italiana come la Safilo continuare la sua attività con una grande leadership ed in totale indipendenza. Spero che duri.

Voi comunque cercate di riprendervi la licenza Armani che avevate perso nel 2003 …
In passato, abbiamo lavorato per quindici anni con Armani, che d’altrocanto è il nostro secondo azionista. Luxottica ha sempre cercato di avere il miglior portafogli di marchi possibili, è nostra intenzione continuare a seguire questa politica.
La Safilo a Padova
In Francia, Essilor insiste molto sull’innovazione. Quali sono le sue priorità in materia?
Se vogliamo continuare a crescere, dobbiamo costantemente differenziarci dai produttori cinesi. Ciò significa rendere i nostri marchi più attuali, coltivando delle identità forti e passa attraverso la ricerca di nuovi materiali, nuovi design e lo sviluppo dei servizi. Prendiamo ad esempio le lenti: la prescrizione ed il metodo di produzione sono molto cambiati in cinque anni, personalizzando caso per caso, in funzione dello stile di vita del consumatore.

Quali sono i vostri rapporti con Essilor?
L’Italia ha un grande leader nelle montature, la Francia ha il suo nel campo delle lenti. Questo costituisce una forza straordinariamente efficace su scala europea. I nostri due gruppi sono amici e hanno davanti a sé delle grandi opportunità di partenariato.

Berlusconi è alla fine!!! - Berlusconi ist am Ende

Berlusconi è alla fine


di Regina Krieger
Pubblicato in Germania 8 novembre 2011 su Handelsblatt
Traduzione di Cristina Bianchi per ItaliaDallEstero

Crepuscolo degli dèi a Berlusconia. Nonostante il voto di fiducia incassato non si potranno tollerare ancora a lungo gli scandali del Presidente e dei suoi fedelissimi. Perché i problemi dell’Italia continuano a crescere. Un commento.

Un attimo dopo aver incassato la fiducia in Parlamento, venerdì Berlusconi ha nominato altri due viceministri e un sottosegretario. Sono deputati di piccoli partiti dell’opposizione che hanno votato a favore del governo. Allo Stato il loro nuovo incarico costerà 350.000 euro a testa. Un ringraziamento? Berlusconi tra poco comprerà le poltrone all’Ikea, dice l’opposizione prendendo in giro l’apparato di governo gonfiato.

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06 novembre 2011

Berlino chiama Roma: Gummibärchen - Gli orsetti gommosi

Berlino chiama Roma: Gummibärchen - Gli orsetti gommosi: Gummibärchen Goldbär, Gummibärchen o Gummibärle sono gli orsetti gommosi, dai vari colori e dal sapore fruttato, alti circa due centimet...
„Gli Italiani hanno spesso da ridire sul proprio paese“


di Michael Braun
Pubblicato in Germania il 26 ottobre 2011su Taz.de
Traduzione di Claudia Marruccelli per ItaliaDallEstero

Intervista con lo storico Paul Ginsborg

La sinistra italiana ha avuto finora difficoltà a contrastare Berlusconi. Lo storico Paul Ginsborg parla delle mancanze dell’opposizione e del futuro dell’Italia.


Taz: Signor Ginsborg, il suo libro dal titolo “Salviamo l’Italia” (Einaudi, 2010), dà l’immagine di un paese sull’orlo del baratro. Ma la situazione è davvero così drammatica?

Paul Ginsborg: Non era mia intenzione dare un’immagine catastrofica. Diversamente da altri libri che sono stati messi in commercio ultimamente, il mio è un libro pieno di proposte, in fondo quasi pieno di speranza. E’ un libro che va controcorrente, così come ho scritto nella prefazione, contro tutti amici e critici che pensano che l’Italia sia già rovinata. In un certo senso ne ho abbastanza di quelli che si lamentano solo del destino del paese. Io cerco soluzioni possibili, senza negare la profonda crisi.

Declino e decadenza sono due parole chiave, che ricorrono quando sempre negli ultimi anni si discute dell’Italia. Ed un’altra è ovviamente Berlusconi. Che rapporto c’è tra loro?

Il declino è indiscutibile, ed io assolutamente non parlo solo di economia. Altri criteri sono “la bella vita” e le regole, la condizione morale dell’Italia. Purtroppo il declino morale ed economico vanno di pari passo. Prima di parlare di Berlusconi occorre tener presente che i partiti di centro sinistra negli anni del loro governo (come nel periodo dal 1996 al 2001) si sono giocati in maniera decisiva la loro occasione. Si sono lasciati sfuggire di investire nelle scuole e nelle università, cioè di investire nel futuro. In qualità di docente da 22 anni io dico: in questo campo siamo di fronte ad un disastro.

E Berlusconi?

È un altro aspetto della crisi, una persona con uno sguardo alla politica, che ha ben poco a che fare con la democrazia, moltissimo invece con altre vecchie abitudini italiane tra cui il clientelismo, il nepotismo, lo scarso rispetto per le leggi. Anche l’idea che possa risolvere i problemi personali grazie a decine di leggi “ad personam”.
Paul Ginsborg

Nel suo libro lei parla talvolta persino di „dittatura“, di „tirannia“. Non è un po’ esagerato?

No, credo che in Italia siamo arrivati a questo livello. La tirannia esprime quello che Berlusconi vuole: dominare concedendo all’opposizione un limitatissimo margine di libertà. Il fedele amico di Berlusconi e presidente della sua holding, Fedele Confalonieri, lo dichiarò molto apertamente già nel 1994, quando Berlusconi entrò in politica: Berlusconi non è un democratico, ma un “despota illuminato”. L’Italia è solo formalmente democratica. Io posso acquistare i giornali dell’opposizione, posso andare a votare. Ma qual è il contesto generale? Quanto conta una pagina di un giornale dell’opposizione contro il controllo di Berlusconi su sette canali televisivi? Gli sterminati mezzi finanziari di Berlusconi dimostrano che le elezioni non sono più “libere, oneste e regolari.

Ma persino acuti critici non possono smentire che l’Italia è ancora lontana da una chiara dittatura?

E’ grazie prima di tutto ai movimenti dell’opposizione – anche a qualche artista ed intellettuale che si sono opposti – se il progetto di Berlusconi non è stato ancora portato a termine. Però purtroppo dobbiamo registrare del cinismo e della passività da parte della massa degli intellettuali italiani. Almeno nel 2002 Nanni Moretti aveva già espresso la sua opinione, però quanti registi si sono comportati come lui? Grazie a Dio si è unito anche Claudio Abbado, ma quanti musicisti ed attori di teatro hanno fatto sentire la propria voce da allora? L’Italia ha giudici e pubblici ministeri coraggiosi. Sono questi che dobbiamo ringraziare, se il dispotismo di Berlusconi resta per così dire ai box di partenza e non si è ancora trasformato in un cavallo sfrenato.

Ma com’è che un politico scandaloso come Berlusconi viene sempre rieletto?

Questo è un punto che tratto nel mio libro. In un paese, in cui la piccola imprenditoria è fortemente presente, Berlusconi rappresenta l’uomo che si è fatto da sé, un uomo tutto da ammirare, che ha iniziato la sua ascesa dai gradini più bassi. Il piccolo imprenditore, persino il più insignificante imprenditore è tipico dell’Italia. Ai suoi occhi lo stato è un “nemico”, che gli impedisce di fare soldi su soldi. Poi ci sono ancora le casalinghe che stanno davanti alla TV più di tre ore al giorno, che votano in massa Berlusconi. E al nord non sono solo gli imprenditori che lo votano, ma anche gli operai, i dipendenti delle microimprese. E alla fine ci sono i cattolici conservatori, che forse non lo trovano perfetto, ma che lo votano in virtù di una profondamente radicata parola d’ordine: meglio lui che i comunisti.

Nel suo libro lei rimprovera all’opposizione di essere „povera d’idee“. A cosa allude?

Prima di tutto intendo la completa mancanza di un’analisi del Berlusconismo. L’ex partito comunista era certo tutt’altro che perfetto. Però quando il PCI si confrontava con i cambiamenti economici, culturali o politici nel paese, organizzava grandi congressi, per comprendere i fenomeni. L’attuale partito democratico e prima di lui i democratici di sinistra di Massimo D’Alema, si sono impuntati nel chiudere gli occhi di fronte alla novità Berlusconi. Mi ricordo di un’accesa discussione con D’Alema nel 2002 a Firenze. Io sostenevo l’opinione, che avevamo a che fare con un regime dai tratti chiaramente antidemocratici. D’Alema rispose con aria di condiscendenza: “Io lavoro bene con Berlusconi, insieme cambieremo la costituzione”. Berlusconi non è stato mai considerato come un fenomeno che andava oltre le regole democratiche. Invece fu considerato come un “normale” capo dell’opposizione o meglio di governo.

Massimi D'Alema negli anni settanta

Contemporaneamente si registra un alto grado di silenzio tra l’opposizione politica e sociale nei confronti di Berlusconi.

Qui però non parliamo di un fenomeno italiano, ma internazionale. I partiti sono in crisi in tutto il mondo. Uguale se guardiamo il numero dei loro iscritti, di chi si fida ancora di loro o l’affluenza elettorale – i numeri dimostrano una tendenza all’allontanamento. Allo stesso tempo vediamo però anche uno sviluppo in controtendenza. La società civile ha avuto grossa importanza nella vittoria dei candidati della sinistra dei sindaci di Milano e Napoli. E anche Nichi Vendola, leader di SEL, partito della sinistra, è un politico che appartiene alla società civile.

Nel suo libro lei parla delle risorse della società italiana e valuta l’Italia come una “nazione mansueta”. Cosa vuole dire?

La Francia e la Gran Bretagna vivono di uno sentimento di superiorità tramandato, che io trovo eccessivo. Se parliamo delle virtù delle nazioni, ed in questo contesto di virtù italiane, allora il discorso sulla mitezza diventa estremamente interessante. E’ un enorme contributo, proprio in questi tempi di transizione. Come mai, il primo stato, che ha abolito la pena di morte, già alla fine del 18° secolo era il granducato di Toscana – un’azione che finora gli USA non sono in grado di esibire. O prendiamo Giuseppe Garibaldi, l’eroe dell’unità d’Italia 150 anni fa. Quando incontrò lo scrittore Alessandro Manzoni, non gli offrì una spada o la bandiera nazionale, ma un mazzolino di fiori, simbolo di mitezza ed anche di umiltà. Un Bismarck non andrebbe in giro con un mazzo di violette, vero?

Un altra ricchezza dell’Italia ai suoi occhi è il „paese dalle cento città“. Quindi un paese con una autonomia regionale profondamente radicata.

Questo paese dalla profonda autonomia non ha nulla a che fare con la Lega Nord, che difende gli interessi propri del ricco nord. Non per niente il governo di Berlusconi e della Lega Nord ha ristretto ulteriormente il margine di manovra economica dei comuni. L’autoregolamentazione nel vero e proprio senso della parola, come Carlo Cattaneo l’aveva teoretizzata nel 19° secolo, non fa parte degli argomenti della Lega Nord; anche lei ragiona dall’alto solo con la teoria dei commando.

Un altro lato positivo dell’Italia, lei scrive, è l’atteggiamento profondamente filoeuropeo dei sui cittadini. Allo stesso tempo lei asserisce che l’Italia è “passivamente filoeuropea”.

L’Italia può contribuire con moltissime idee ad una vera Europa unita. Gli italiani parlano molto volentieri male del proprio paese. Essi vivono con il fatto che contemporaneamente all’ingresso in Europa hanno ricevuto molti vantaggi – tra cui la parificazione della politica. Molti lo sanno benissimo e sono nell’intimo riconoscenti all’Europa. Non per niente la percentuale degli italiani che ha preso parte alle elezioni europee, è mediamente elevata. I politici italiani potrebbero trarre vantaggio da ciò. Non per nulla nel mio libro parlo frequentemente di Carlo Cattaneo, milanese e svizzero, che ha vissuto in esilio a Lugano. Lui diceva: “L’Italia sarà libera quando gli Stati Uniti d’Europa diventeranno realtà”.


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In Italia è finita la Dolce Vita!!!!

L’Italia paga il prezzo della decadenza



di Regina Krieger
Pubblicato in Germania il 8 ottobre 2011su Handelsblatt
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero

Tutti gli sforzi per ridurre il debito economico non hanno giovato all’Italia, il paese è stato persino declassato. Ora si prevedono ulteriori nervosismi sul mercato finanziario e la singolare reazione di Silvio Berlusconi non facilita le cose.

Il declassamento dell’Italia da parte di Standard & Poor’s è come uno scappellotto. Gli sforzi delle ultime settimane, per calmare i mercati finanziari con le misure di austerità sono state spazzati via con poche parole.Tuttavia la reazione del governo italiano alla notizia da New York è stata ancora peggiore.

Il commento ufficiale di stamattina da palazzo Chigi, la sede del governo di Silvio Berlusconi, evidenzia la visione del tutto personale che il premier ha del mondo. Ha detto che la decisione di Standard & Poor’s è stata presa per motivi politici, e non proprio sulla base di fatti reali. E’d’accordo sul fatto che non sono state ancora prese misure per il rilancio della crescita, che sono ancora in fase di preparazione, ma le valutazioni dell’agenzia di rating sarebbero state influenzate dalle notizie trapelate dai quotidiani italiani.

La colpa quindi è della stampa? Dei cattivi giornalisti, che come i cattivi giudici sono sempre fondamentalmente ostili al capo di governo? Berlusconi continua a perdere sempre più il contatto con la realtà. Nei giorni scorsi si è letto più della sua vita sessuale che di tentativi seri di governare il paese.

La Banca mondiale, l’OCSE, Confindustria, tutti hanno ridimensionato le proprie previsioni di crescita, all’unanimità hanno chiesto con forza più crescita. Hanno detto che la manovra finanziaria approvata dal governo una settimana fa si basa troppo su tagli e aumenti di imposte e troppo poco su riforme strutturali. In Italia tutti sanno che la situazione è critica e, nonostante ciò, Berlusconi resta aggrappato al potere.

Standard & Poor’s non usa mezzi termini: “una coalizione debole e differenze all’interno del parlamento” sono alla base del giudizio dell’agenzia di rating. Gli atteggiamenti minacciosi della Lega Nord, partner della coalizione di governo, il cui leader Umberto Bossi continua a paventare la secessione del nord, risuonano inverosimili quanto le scuse di Berlusconi per tentare di giustificare le sue notti con donne a pagamento. Ma senza di lui Berlusconi perderebbe la maggioranza in parlamento.

Questi sono i principali problemi dell’Italia

La montagna di debiti
L’Italia ha su di sé, seconda dopo la Grecia, la più grande montagna di debiti dei paesi della zona Euro. Si tratta di 1900 miliardi di euro circa, equivalente al 120 per cento del prodotto interno lordo annuo. Gli accordi UE consentono un limite massimo di solo il 60 per cento. Il cumulo di debiti crescerà ulteriormente, dato che il governo vuole riuscire ad arrivare al 2013 senza nuovi debiti. Per quest’anno ci si aspetta un deficit del 3,8 percento del PIL, nel 2012 il nuovo debito dovrebbe assestarsi sull’ 1,4 per cento.

Alto reindebitamento
Anche con il nuovo indebitamento, in questo e nel prossimo anno, l’Italia potrebbe sfondare il limite del deficit del 3 per cento: la commissione UE si aspetta un calo tra il 4,0 e il 3,2 per cento. Il governo riuscirà solo nel 2014 a venirne fuori senza nuovi debiti.

Crescita debole
Se la paragoniamo alla Germania e alla Francia, gli altri grandi paesi dell’UE, in Italia non c’è spinta alla crescita. La commissione UE ha ridotto appena pochi giorni fa le previsioni di crescita dell’Italia per il 2011 dall’1,0 al 0,7 per cento. Per esempio: l’intera unione monetaria, con l’1,6 per cento, potrebbe in breve crescere più del doppio. Non sono in vista miglioramenti immediati: gli esportatori forniscono le proprie merci prevalentemente ad altri paesi dell’UE e l’Italia non riesce a trarre un reale profitto dal boom dei paesi emergenti, così come fa la Germania. Allo stesso tempo l’economia interna soffre a causa di investimenti edili atrofizzati. Il consumo delle famiglie non riesce a ripartire a causa dell’elevata disoccupazione e dell’aumento dei prezzi; subisce inoltre l’aumento delle tasse imposto dal governo, per contrastare il forte indebitamento per esempio ha aumentato l’IVA dal 20 al 21 per cento.

Esportazioni e consumo
Quindi gli esportatori italiani perdono fette di mercato mondiale, esportando le loro merci verso altri paesi europei e non riuscendo, quindi, ad approfittare appieno dello sviluppo dei paesi emergenti, così come fanno gli antagonisti tedeschi. Allo stesso tempo l’economia interna soffre a causa di investimenti edili atrofizzati. Anche il consumo delle famiglie progredisce a stento a causa dell’elevata disoccupazione e dell’aumento dei prezzi.

Governo fragile
La fragile coalizione di centro destra del capo del governo Silvio Berlusconi, accusato di corruzione e sfruttamento della prostituzione, ha esitato a lungo nell’attuare le severe riforme finanziarie, che, sul modello dell’”Agenda 2010” in Germania [una serie di riforme progettate ed attuate per ristrutturare il sistema sociale e il mercato del lavoro tedesco, ndt] potrebbero gettare le basi per una crescita a medio termine più incisiva . Solo in seguito alle pressioni dei mercati finanziari, Berlusconi si è preoccupato delle riforme. Così sono stati approvati il decreto contro la tutela dei licenziamenti ingiustificati e quello sui tagli delle pensioni.

A Berlusconi viene inoltre principalmente rimproverato di avere nel mirino solo il proprio interesse e quello del suo impero mediatico, e non i bisogni del paese. “L’Italia ha reagito in modo pietoso” dichiara il commissario dell’UE Günther Oettinger. “L’Italia ha problemi di guida politica, non di struttura economica”, concorda l’amministratore delegato di Commerzbank Martin Blessing.

Nessun leader in vista

Senza Berlusconi lo spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi salirebbe immediatamente di 100 punti, dichiara un politico dell’opposizione e fa riferimento alla Spagna, dove l’annuncio di nuove elezioni ha inviato segnali positivi alle Borse.

Manca solo un’alternativa politica. L’opposizione si compone di molti partiti, ha molti leader, buoni programmi, ma non ha sfidanti o innovatori, di cui il paese ora avrebbe bisogno.

L’ Italia ha già vissuto una grande crisi, quando il sistema partitico si è sgretolò a causa di un gigantesco scandalo di bustarelle [Tangentopoli, ndt]. Allora si formò un “governo tecnico”, formato da esperti di tutti i settori. Ora questa sarebbe la soluzione migliore per l’Italia. Il presidente della Ferrari Luca di Montezemolo e l’ex amministratore delegato dell’Unicredit Alessandro Profumo hanno già fatto intendere che sono disponibili.

L’agenzia di rating Moody’s prende tempo e deciderà il mese prossimo, se declassare anche lei l’Italia. Forse per allora ci sarà un nuovo governo. Il declassamento è “il caro prezzo della decadenza”, ha commentato il quotidiano economico Il Sole 24 Ore.

Come la crisi dell’euro influenza i mercati


Fermata obbligatoria al Monte dei debiti.
 Quali sono le immediate conseguenze di un euro più debole?

Se diamo uno sguardo al mercato petrolifero è tutto molto chiaro: in un mercato globale come quello attuale, un euro indebolito equivale ad un dollaro rafforzato. Siccome sul mercato petrolifero il dollaro americano è la valuta corrente, per logica un barile di greggio dovrebbe essere pagato di più in euro.

A lungo andare questo porterà conseguenze anche per i consumatori: poiché se il prezzo del petrolio cresce, rincarano anche altri prodotti come la benzina e il gasolio. “In genere vale la regola che, ciò che non è commercializzato in euro diventa più caro” chiarisce Adalbert Winkler, docente di finanza internazionale e sviluppo alla School of Finance & Management di Francoforte.

Ma allora quanto conta il crollo della borsa?

L’attuale debolezza nel mercato delle valute è relativa: nei mesi scorsi l’euro è drasticamente calato e giovedì è stato valutato meno di 1,36 dollari – il record lo si è avuto nel 2008 con quasi 1,60 dollari. Tuttavia la comunità monetaria aveva fatto il suo ingresso nel 1999 con solo 1,18 dollari – ed è calato nel 2000 fino a 0.83 dollari, prima di assestarsi più o meno stabilmente con un trend positivo.

Ma esistono anche effetti positivi di una moneta europea indebolita?

Si, la cosa vale sia per l’esportazione dei prodotti tedeschi nei paesi fuori della zona Euro sia nella zona Dollaro. “Poiché le merci pagate con un euro solido sono più convenienti per gli acquirenti, cosa che fa aumentare la richiesta”, dice il professor Michael Frenkel, rettore della Scuola Superiore di Management Otto Beisheim di Vallendar.

Molti prodotti “Made in Germany”, secondo la sua opinione, hanno una forte richiesta a causa della combinazione tra euro debole e alto standard di qualità. “Da ciò trae profitto l’economia tedesca ben allineata con l’esportazione”. Dall’altro lato naturalmente aumentano i costi dell’importazione.

Le oscillazioni delle valute vengono comunicate singolarmente?

Non si può dare una risposta così in linea generale. “C’è sempre la questione, se per esempio gli importatori possano davvero stravolgere l’adeguamento dei prezzi anche tenendo d’occhio le future partecipazioni al mercato”, fa riflettere il professor Winkler. Questo si può ben immaginarlo nel caso dei discount, che continuano a aumentare i prezzi considerata la battaglia della concorrenza nel settore, di solito non a senso unico – per non demotivare la clientela.

La debolezza dell’euro ha conseguenze anche sugli investimenti e sui crediti?

Si. “Se si investe in valuta estera, questo denaro influenza positivamente il le riserve monetarie” chiarisce Niels Nauhauser, esperto di finanza dell’associazione consumatori del Baden-Württemberg. Sconsiglia però, di indirizzare gli investimenti in danaro solo e soltanto nel settore monetario. “Qui dovrebbe valere sempre il principio della ragionevole distribuzione del patrimonio su differenti forme di investimento”. Un euro debole è dannoso per il credito, che circola in valuta estera – come alcuni finanziamenti immobiliari. “Perché diventano più onerosi sulla base del debito residuo”.

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